Il valore del cinema per il management

2018 Sinergie Italian Journal of Management  
La definizione delle cosiddette "competenze manageriali" è stata, ed è tuttora, oggetto di innumerevoli studi e ricerche e ha sostanzialmente accompagnato il progressivo aumento della complessità, reale o percepita, delle organizzazioni contemporanee. Di fatto, la risposta alle sfide della modernità ha comportato la necessità di adeguare una classe dirigente cresciuta secondo modelli datati e, attraverso una minuziosa descrizione delle sue capacità, abilità, skills..., metterla in condizioni di
more » ... la in condizioni di assolvere più efficacemente ai propri compiti. Il manager oggi deve essere capace di galleggiare nelle contraddizioni della sua epoca, deve essere innovativo e rispettoso delle tradizioni, con lo slancio della gioventù e la saggezza dell' esperienza, capace di affrontare il noto e l'ignoto, decisionista ma anche capace di ascolto, dotato di sufficiente autostima ma anche in grado di valorizzare i collaboratori. E così via. È accaduto quindi che la quantità di cose che il manager dovrebbe essere in grado di fare è aumentata a dismisura ed è divenuto centrale il bisogno di riflettere sui processi di apprendimento di tutte queste competenze e individuarne i relativi strumenti di valutazione. Si è poi insistito sul fatto che la formazione del manager non può, di fatto, mai avere fine ed è altresì indispensabile darsi ad attività di auto-formazione. Infine, si è dato spazio al concetto di meta-competenza, precondizione indispensabile perché avvenga un qualsiasi processo di formazione e di apprendimento. Non basta imparare, bisogna "imparare ad imparare". E bisogna anche -altra novità -capire che la componente razionale della conoscenza è sempre accompagnata da un sentimento, da uno stato emotivo che la connota e spesso la condiziona. Tutto ciò ha inevitabilmente allargato il campo degli strumenti attraverso cui favorire questi processi, andando "oltre l'aula" (come recitava il titolo di un libro di Boldizzoni e Nacamulli) e introducendo linguaggi a maggior contenuto emotivo come la letteratura, il teatro e il cinema. Il percorso che quest'ultimo ha fatto nei suoi centoventi anni di vita per ritagliarsi uno spazio significativo nel panorama degli artefatti culturali è stato tutt'altro che facile, e ancor più difficile è stato accreditarsi come strumento di conoscenza e apprendimento: ha dovuto prima di tutto contrastare la diffidenza che il mondo della pedagogia ha sempre avuto nei confronti delle innovazioni tecnologiche, viste spesso come fonti di alienazione (in una contrapposizione fra psichè e technè che a volte riaffiora anche oggi), e ha poi sofferto di una derubricazione a "pratica bassa", a espressione di una sottocultura di massa che lo assimilava ai beni di consumo come la musica leggera e il fumetto. Già Walter Benjamin dovette lottare per sostenere l'idea che la fotografia potesse essere una forma d'arte e fin d'allora -giova ricordarlo -si fece largo in lui un'intuizione destinata a legittimare l'uso delle immagini tecniche, statiche o dinamiche, come strumenti di formazione. Secondo Benjamin, infatti, non si trattava solo di considerare la fotografia come arte ma,
doi:10.7433/s102.2017.10 fatcat:hd2ooglrqvb4hkktlhm5j6k3fu