Storia della lingua e linguistica

Michele Loporcaro
2015
In questa sezione del Quaderno si raccoglie una serie di scritti dedicati alla Storia dell'italiano scritto (SIS), curata da Giuseppe Antonelli, Matteo Motolese e Lorenzo Tomasin e uscita in tre volumi nel 2014 per i tipi di Carocci. Ad alcuni dei contributi proposti in un incontro di studio presso l'Università di Losanna il 9 e 10 ottobre 2014 (sono gli interventi di Pietro G. Beltrami, Paolo D'Achille, Michele Loporcaro, Uberto Motta, Niccolò Scaffai e Luca D'Onghia) si aggiunge la relazione
more » ... resentata da Rita Librandi all'Accademia dei Lincei il 12 marzo 2015. Un ringraziamento va, oltreché agli autori e agli altri partecipanti all'incontro di studio (in particolare a Simone Albonico e Claudio Marazzini che ne hanno presieduto le sessioni), alla Scuola dottorale di Studi italiani -Letteratura, linguistica e filologia della Conférence Universitaire de Suisse occidentale, che ha dato il suo sostegno all'organizzazione delle giornate losannesi. Il tema che mi è stato assegnato è di quelli che impongono, come entrata in materia, la figura dell'occupatio: non potrò infatti presentare un quadro complessivo dei rapporti fra le due discipline, né una ricostruzione della storia degli studi. 1 Mi limiterò ad esporre alcune esperienze di lettura, su due fronti: quello del metodo (nella prima parte) e poi quello dell'analisi, in relazione al tema di queste giornate dedicate alle forme dell'italiano scritto. Cominciamo dal metodo. Per poter parlare di x e y bisogna che si sappiano definire x e y, in modo da poter trattare dei loro rapporti. E già qui insorgono difficoltà da non sottovalutare. Ce lo dicono i molti e diversi tentativi di definire e ridefinire la "Storia della lingua". Alberto Vàrvaro, nel suo splendido e ricchissimo saggio di quarant'anni fa intitolato Storia della lingua: passato e prospettive di una categoria controversa, delimitava il campo della storia della lingua rispetto alla linguistica storica: quest'ultima corrispondente alla somma dei metodi della «grammatica storica di tradizione ottocentesca», di stampo neogrammaticale, e dello «strutturalismo diacronico di genitura praghese». 2 *Il testo mantiene l'impostazione discorsiva e il riferimento al contesto enunciativo in cui è stato originariamente letto, a Losanna il 9 ottobre 2014, in occasione delle giornate di studio su «Le forme dell'italiano scritto», organizzate dall'amico Lorenzo Tomasin, cui va il mio grazie per avermi dato l'opportunità di sviluppare un discorso che da tempo avevo in mente. È appena il caso di dire -e, a lettura ultimata, non parrà vuota formula di rito -che la responsabilità di quanto sostengo nel seguito è unicamente mia. 1. Della storia della linguistica (in generale, o in Italia, o in relazione all'italiano) non avrebbe manifestamente senso parlare in questa sede, mentre quanto alla disciplina "Storia della lingua italiana" si può far riferimento a trattazioni che ne delineano magistralmente origine e sviluppo (vd. Stussi 1993, o il capitolo di retrospettiva in apertura di Marazzini 2002). Un panorama aggiornato della situazione attuale degli studi è in D'Achille 2015. 2. Vàrvaro 1972-1973, p. 44. Un grande Maestro, di quelli che segnano una (e più d'una, anzi) disciplina, del quale scrivevo ancora al presente per le giornate losannesi, scomparso il 22 ottobre 2014. Alla Sua memoria dedico queste pagine, a continuazione ideale di un dialogo al quale michele loporcaro 134 Il saggio parte da una rassegna (il «passato» di cui nel titolo) delle trattazioni, dal Settecento in poi, ispirate a binomi come «lingua e nazione» o «lingua e letteratura». Segue l'enunciazione del programma (le «prospettive»), con una cesura netta rispetto a quanto precede, giacché la nuova «Storia della lingua» viene definita non tanto in rapporto a quei prodromi, bensì in opposizione alla linguistica storica tradizionale. Questa, scrive Vàrvaro, si fonda sul postulato secondo cui «Il sistema linguistico di cui studiamo l'evoluzione nel tempo è un sistema isolato, utilizzato da parlanti per i quali esso è l'unico sistema linguistico disponibile; l'interferenza di altri sistemi è esterna al parlante singolo ed alla comunità». 3 Postulato da rigettare in quanto «comodo» ma «irreale», dal che emerge per contrasto il «compito della storia della lingua», definito come «lo studio dei modi, dei tempi e degli spazi dell'organizzarsi o disorganizzarsi di sistemi coesistenti». 4 Si passa quindi a illustrare con esempi queste prospettive per l'allora futuro della disciplina, e nella rassegna dei modelli trovano posto Hugo Schuchardt (in particolare il suo Slawo-Deutsches und Slawo-Italienisches, 1884), Uriel Weinreich (Languages in Contact, 1953), i Fondamenti empirici per una teoria del cambiamento linguistico di Weinreich, Labov, Herzog (1968, edizione italiana 1977, e poi Joshua Fishman, John Gumperz, ecc. Basta quest'enumerazione per concludere che la prospettiva di rinnovamento delineata da Vàrvaro a inizio anni Settanta mandava la storia della lingua in direzione di una particolare linguistica: la sociolinguistica, con aperture, anzi, in direzione francamente extralinguistica, verso la sociologia del linguaggio. I nomi appena ricordati appartengono ad esponenti di spicco di quella che altrove ho chiamato la linea antimmanentista nella teorizzazione sulla lingua fra Otto e Novecento: 5 linea che si riassume nell'accusa di Schuchardt ai neogrammatici di rappresentare la «antica opinione, la quale separava la lingua dall'uomo, conferendole vita autonoma». 6 Ma tutto questo, si dirà giustamente, riguarda la linguistica: si vede dunque che quel brillante saggio di quarant'anni fa, ridefinendo le prospettive della «Storia della lingua», spostava la materia del contendere tutta sul fronte linguistico. Non mancano però -anche di recente -tentativi che, pur utilizzando ingredienti apparentemente simili (in particolare, il riferimento al contesto Alberto mi ammise -la mia parte nel "dialogo", allora, consisteva nell'ascoltare -quand'ero un dottorando alle prime armi. 3. Contrapposta a questa linea è quella che invece, con Saussure, ritiene legittima (anzi, necessaria) una considerazione immanente della struttura linguistica: ad essa, facendo astrazione dalle pur cospicue differenze, possiamo ascrivere i neogrammatici e, nel Novecento, la linguistica strutturale e generativa (Brugmann, Saussure, Chomsky).
doi:10.5167/uzh-116916 fatcat:kygetgio2ve45ci3dwlrbxnidq