Il ruolo delle illustrazioni o fotografie all'interno dei libretti di sala dei lavori teatrali di Glauco Mauri

Carmela Citro, Universita' Degli Studi Di Salerno, Universita' Degli Studi Di Salerno
2018
Ripercorrendo con la mente il volume Il teatro illustrato nelle edizioni del Settecento, pubblicato da Cesare Molinari per Marsilio nel 1993, sorge spontanea la considerazione che non solo le immagini ci inducono a comprendere meglio un testo, ma che a volte esse, da sole, ci fanno capire appieno anche la vita artistica ed umana di un autore. Pensare per immagini, speculare lo spazio percependolo in un modo piuttosto che in un altro è un lavoro che appartiene non solo ai letterati, ma anche
more » ... uomini di teatro, che compiono di necessità tale percorso ogniqualvolta concepiscono un nuovo lavoro da portare in scena. Nei libretti di sala di un'opera teatrale, le immagini, le foto che vi sono poste a corredo assolvono funzioni diverse che, adeguatamente analizzate, sono fonte di comprensione di quanto il regista voglia trasmettere attraverso la sua 'personale' rilettura del lavoro proposto. L'indagine che andremo a compiere sulle illustrazioni, sulle fotografie riprodotte nei libretti e nei manifesti di sala delle opere portate in scena dal Maestro Mauri, risulterà, di fatto, esplicativa nella comprensione della sua poetica e della sua volontà di contestualizzare le commedie e i drammi, da lui diretti e interpretatati, nella modernità della nostra epoca. 1 Elementi fondamentali per poter analizzare una messinscena sono, senza dubbio, le immagini della scenografia e dei costumi, anche se un ottimo apporto viene dato dalle foto che ritraggono i momenti più salienti dell'opera trattata; ciò favorisce lo studioso nello scandagliare le pieghe più sottili della rilettura cui l'opera è stata sottoposta. Diventa utile, a questo punto, fare una piccola premessa e specificare che, quando Mauri pensa ad un nuovo lavoro, prima che abbiano inizio le prove in teatro, contatta in primis lo scenografo e poi il costumista, affinché essi possano avere il tempo necessario di leggere il copione, sul quale, in seguito, potranno discutere con grande libertà. È egli stesso ad affermare che: ‹‹ [...] Quando parlo con lo scenografo le mie richieste non sono mai precise, riesco solo a fargli comprendere ciò che non voglio, in genere non amo ricostruzioni fedeli, amo le scenografie che si amalgamano con la Poesia del testo, con la bellezza delle parole [...]››. 2 La stessa idea la riversa anche sulla realizzazione dei costumi. Questi ultimi, al pari delle scene, devono essere quasi sempre a-temporali, capaci di riprodurre non un ambiente o un periodo storico, ma devono saper sottolineare lo stato psicologico dell'umanità che vive nelle pagine del copione. Il fattore comune a tutte le scelte artistiche, che Mauri compie, è sempre lo stesso: indagare sul grande mistero rappresentato dall'uomo, essere fragile, fatto di luce e di fango. Egli cerca di analizzare, costantemente, il rapporto del singolo uomo con la società che lo circonda, perché è convinto che gli uomini si conoscano poco e, soprattutto, si parlino poco, forse -dice-hanno paura di capire... eppure, ha la certezza che la vera dignità dell'uomo stia tutta nel sapersi interrogare e nel sapersi parlare. 3 A questo punto, entrando nel vivo del discorso, osserveremo alcune immagini tratte dai suoi lavori e quanto detto sino ad ora risulterà più chiaro. Nella loro semplice struttura, come appare evidente dalle foto-immagini riprodotte, esse provocavano emozioni molto suggestive, basti pensare alle cascate di semi, di piccole pietruzze o di chicchi di grano che servivano ad evocare la pioggia, oppure al rumore prodotto dall'attrito di una tela su di un cilindro rotante adoperato per imitare il soffio del vento. Credo che il regista avesse la convinzione che questi semplici attrezzi sarebbero stati, ancora oggi, emozionalmente evocativi, e certamente più incisivi e diretti rispetto alle sofisticate voci prodotte da un registratore. È stato Mauro Carosi a realizzare tali macchine sceniche. La loro presenza sulla scena, per un Re Lear, a mio parere, concepito in modo che i concetti di spazio e di tempo risultassero dilatati all'interno dell'involucro teatrale, ha acquistato una risultanza simbolica molto profonda. Per la loro collocazione sul palcoscenico, le quattro grandi macchine hanno assunto, difatti, un particolare significato, non più meramente allusivo, ma sono divenute vere e proprie protagoniste, insieme all'attore, dell'evento che hanno svolto in comunione al pari di un rituale. Esse, come l'attore, secondo la mia personale interpretazione, hanno avuto una loro voce, immagino che con gli attori si sono mosse sulla scena, trasformandosi di volta in volta in trono, in luogo di torture, granaio, simbolo cosmico infranto nel suo naturale equilibrio dalle vicende che si susseguivano. Con la loro voce, con il loro mutamento hanno accompagnato, sicuramente, l'intera storia, divenendo, così, parte integrante dello spettacolo, sollecitando, con il loro aspetto provocatorio, volutamente ricercato, l'immaginazione dei tanti spettatori. Lo spazio scenico, quindi, appare delimitato da queste enormi macchine 'rudimentali', scarne di elementi decorativi, le quali non solo riescono a modificarlo continuamente, nel seguire il protagonista e la sua storia, ma svolgono anche quella funzione evocatrice propria del teatro shakespeariano, che si serviva, come è ben noto, delle capacità allusive di pochi elementi scenici. Dall'esame del giornale di sala emerge che, in questa realizzazione scenica, tutti gli elementi scenografici, oltre a quelli interpretativi, sono stati curati nei minimi particolari. Così pure i costumi realizzati da Odette Nicoletti, rispettano pienamente il 'cammino' di Lear, com'era nell'intenzione del il regista. Nella prima parte i personaggi indossano costumi sfarzosi, che nella loro preziosità non alludono, in alcun modo, a una precisa datazione storica, ma, semplicemente, diventano evocatori di un tempo antico quanto mai misterioso. L'idea del regista penso sia stata quella di costruire uno spettacolo, che, fin dall'inizio, potesse apparire, nella sontuosità delle fogge, come qualcosa di finto, di teatrale, per poi mostrare alla fine, attraverso le forme lacere, povere, ma vere degli abiti, l'acquisita verità della vita da parte dei personaggi. Per ognuno di essi è stata creata una veste ideale, che corrispondesse nella migliore maniera al carattere di ciascuno. Involucri rigidi e freddi sono i costumi realizzati per Gorenilla e Regana che, strette nei loro squadrati corsetti, non avrebbero mutato il loro aspetto nel corso della vicenda. Diversamente si è pensato per altri personaggi, quali Lear, Gloucester, Edgar che, attraverso la loro fase di dolore, cambiano non solo l'aspetto, ma anche il costume, liberandosi gradatamente di tutto ciò che era solo falsa esteriorità, fino ad acquisire, nel corso del tempo, un aspetto vero e umano. Re Lear, visto inizialmente nella ricca veste regale, andrà spogliandosi per conquistare, nella scena della follia, la sua vera identità umana; lo vedremo presentarsi coperto da una semplice e lacera tunica con il capo cinto da una corona di erbacce, tragica e grottesca.
doi:10.14273/unisa-1059 fatcat:xvlwv4aeobbtheffvnjpph3xba