Quando la Chiesa mette al bando Repubblica Nazionale

John Locke
unpublished
LA REPUBBLICA 45 MARTEDÌ 15 MAGGIO 2007 I n un sermone predicato il 16 maggio del 1519 in occasione della lettura domenicale del giorno, il testo di Giovanni 16, 2: «Vi espelleremo dalle sinagoghe», Lutero, non ancora scomunicato, affronta di petto il problema degli aspetti degenerativi che l'istituto della scomunica, al pari delle indulgenze, aveva all'epoca assunto. Mezzo di pressione, in questo caso fiscale -per imporre alle popolazioni renitenti il pagamento delle decime -, mentre
more » ... -, mentre manifestava il potere della Chiesa e del papato sul corpo esteriore dei fedeli, esso rivelava nel contempo la sua impotenza di autentico vincolo spirituale, capace di legare nel profondo la comunità dei fedeli. Soltanto Dio, infatti, poteva introdurre e, dunque, escludere dalla comunione dei veri credenti. Nella radicalità della sua critica all'istituto giuridico della scomunica, così come si era venuto configurando nella Chiesa medievale, il sermone di Lutero racchiude non soltanto le ragioni profonde della rottura confessionale che si consumava in quegli anni cruciali, ma, più in generale, gli elementi caratterizzanti del fenomeno generico, il bando da una comunità religiosa, di cui la scomunica costituisce una specie, per quanto significativa. Sottolineando la dimensione essenzialmente religiosa ma, prima ancora, squisitamente individuale di un atto che si sarebbe dovuto consumare nel foro interiore del singolo, tra il peccatore e il suo Dio, Dio di grazia e di giustizia, l'agostiniano Lutero metteva a nudo, indirettamente, la caratteristica fondamentale del bando, che, con le variazioni del caso, si ritrova anche in altre tradizioni religiose: l'esclusione dello scomunicato dalla "comunione" religiosa di appartenenza. La situazione di pluralismo religioso in cui viviamo ci mette oggi nuovamente di fronte a un problema che sembrava appartenere al passato e che le analisi antropologiche, appiattendo troppo spesso la religione sulla cultura, tendono a sottovalutare: la centralità della comunità religiosa e dei diritti sacri che la reggono, tra cui rientrano le modalità, sanzionate sacralmente, dell'ingresso e dell'esclusione, i due fenomeni che ne stanno alla base. I conflitti che periodicamente emergono, sia nel caso di comunità islamiche sia di altre comunità religiose ormai ampiamente presenti anche nelle nostre città, relativi alla difficoltà di mediare tra esigenze comunitarie e normative dello Stato su campi scottanti come l'istruzione scolastica, i tempi e gli spazi sacri, il rispetto delle regole alimentari religiose nelle mense degli ospedali, delle caserme, delle scuole, l'ammissibilità di un abbigliamento religiosamente qualificato nei luoghi pubblici, culminano nel problema del bando. A prescindere ora dalle forme che assume, esso non è negoziabile, non può cioè, per la centralità che riveste nella identità del gruppo, sottoporsi a quelle forme di mediazione con il quadro giuridico statuale che possono essere ricercate in altri casi. Al pari dei riti di ingresso, infatti, anche se con caratteristiche e logiche diverse, i meccanismi di esclusione, che culminano nel bando come modalità di allontanamento senza ritorno dell'escluso, costituiscono forme vitali di sanziona-hanno conosciuto le trasformazioni indotte dalle missioni cristiane ed islamiche, proprio per la coincidenza tra vita politica, dimensione culturale e dimensione religiosa, in genere i motivi di esclusione coincidono con crimini socialmente riprovevoli (che noi saremmo tentati di definire "profani" o "secolari"), come l'omicidio o l'adulterio. Le colpe "religiose" più frequenti, che facevano scattare da parte dello stato o della città il decreto di espulsione del colpevole, comprendevano in genere varie forme di sacrilegio e cioè di violazione delle regole di purità e sacrali che regolamentavano la vita politica, come la bestemmia, lo spergiuro, la mancanza di rispetto nei confronti delle figure sacrali del sacerdote o del sovrano, la violazione delle regole sacrali connesse alla celebrazione di particolari festività. Naturalmente, queste regole di fondo variavano a seconda dei contesti culturali e del soggetto coinvolto: se un singolo o un gruppo o addirittura un'intera comunità. Così come variavano il grado e l'intensità dell'esclusione dalla vita della comunità: dal bando temporaneo, all'esilio, all'esclusione perpetua che, in una società antica, in cui un individuo tendeva a essere identificato e a identificarsi con la comunità di appartenenza, coincideva con la sua messa a morte sociale. Le forme di bando introdotte dalle religioni del secondo tipo, fondate su di un nuovo concetto di identità e di appartenenza specificamente religiose, conoscono l'emergere di un fenomeno nuovo. Ora che l'individuo, convertendosi alla nuova fede, può scegliere di abbandonare la società e, con ciò, la religione di origine, egli può anche scegliere di abbandonare a un certo punto la religione a cui si è convertito. Una esclusione volontaria, che queste comunità religiose non hanno mai visto di buon occhio, considerandola a vario titolo un tradimento dell'unica fede vera e introducendo, in questo modo, nuove cause di esclusione specificamente religiose, dall'eresia all'apostasia, termine, quest'ultimo, che è diventato l'oggetto di specifiche regolamentazioni giuridiche, con relative pene e condanne, che possono in determinati casi arrivare fino alla morte. Nel contempo, esse hanno ripreso e adattato alla nuova situazione le forme tradizionali di esclusione, inserendole nelle rispettive tradizioni di diritto sacro e, a seconda del modo di confrontarsi con le sfide della modernità (indotte, ad esempio, dal diffondersi dei diritti umani), mitigando e contemperando le proprie esigenze identitarie con le più generali esigenze del diritto laico e dei suoi presupposti etici. Così, per non portare che un esempio, una religione come l'induismo, per un verso potenzialmente inclusivista e dunque poco incline ad escludere, per un altro, caratterizzato da una forte organizzazione gerarchica che per secoli ha escluso dall'identità religiosa e dunque sociopolitica i fuori casta, a partire dalla formazione dell'India nel 1947, in seguito ai processi di secolarizzazione e laicizzazione promossi dalla sua dirigenza politica e iscritti nella sua costituzione, ha dovuto rimettere in discussione questo secolare meccanismo di esclusione, con le conseguenze talora drammatiche che ne hanno segnato la storia più recente. mento e legittimazione dell'identità corporativa della comunità religiosa. In quanto tali, essi sono rintracciabili in numerose religioni, fondate e regolamentate da un diritto sacro o, in sua assenza, rette da regole non scritte di tipo sacrale. Questa distinzione rimanda a sua volta, dal punto di vista comparati-vo, a una distinzione più generale tra due tipi fondamentali: quelle in cui la religione coincide con la cultura e l'ethnos di appartenenza, e quelle in cui, come le religioni profetiche, monoteistiche e di salvezza, l'identità della comunità acquista una sua specificità religiosa, fondandosi ad esempio, come av-viene nel cristianesimo e nell'islam, sull'annuncio profetico e sulla rivelazione della volontà salvifica di Dio, che si rivolge a tutti gli uomini, favorendo la creazione di un vincolo comunitario che trascende le appartenenze etnico-culturali. Anche se i meccanismi di esclusione possono, in questi due tipi di religione, coincidere, con uno spettro che può andare dalla confisca dei beni alla confisca del bene più prezioso: la vita, la logica soggiacente è diversa. Nelle religioni antiche, che noi chiamiamo pagane e politeistiche, e nelle loro continuità moderne, come le religioni indigene e tradizionali che non DICO che nessuna chiesa è tenuta a nutrire nel suo seno chi, già ammonito, continua ostinatamente a peccare contro le leggi statuite in quella società; se si consentisse a qualcuno di violare impunemente tali leggi, la società si dissolverebbe, in quanto esse sono sia le condizioni della comunità sia l'unico vincolo della società. Bisogna tuttavia stare attenti che al decreto di scomunica non si aggiunga insulto verbale o violenza di fatto, con cui vengano in qualche modo lesi il corpo o i beni dell'espulso. Infatti la forza è di pertinenza esclusiva del magistrato. La scomunica non priva né può privare lo scomunicato di nessuno dei diritti civili di cui godeva privatamente. Tali diritti rientrano tutti nel suo stato civile, e sono soggetti alla tutela del magistrato. (...) Allo scomunicato non viene infatti arrecato alcun torto civile quando il ministro della chiesa, durante la celebrazione della Cena domenicale, non gli dà il pane e il vino acquistati con il denaro non suo, ma di altri. " SCOMUNICA " L'espulsione dalla comunità ecclesiale e l'impedimento ai sacramenti Storia di una interdizione nel mondo cattolico e nelle altre religioni DIARIO DI COSA C'È DIETRO IL MONITO LANCIATO DA BENEDETTO XVI DI SCOMUNICA Gregorio IX mette al bando Federico II (Affresco di Vasari) GIOVANNI FILORAMO
fatcat:mrizucqnnvbillsf3uycm3sggm