Etica senza verità

Dario Antiseri
unpublished
1. Nel terzo libro del Treatise of Human Nature di David Hume c'è un passo sulla inderivabilità lo-gica del dover essere dall'essere talmente chiaro da giustificare pienamente l'universale richiamo a Hume, a quella che, appunto, viene chiamata "legge di Hume". Ed ecco il celebre brano: «In ogni sistema di morale con cui ho avuto finora a che fare, ho sempre notato che l'autore procede per un po' nel modo ordinario di ragionare, e stabilisce l'esistenza di un bene, oppure fa delle osservazioni
more » ... elle osservazioni circa le faccende umane; quando all'improvviso mi sorprendo a scoprire che, in-vece di trovare delle proposizioni, rette come di consueto dai verbi è e non è, non incontro che proposizioni connesse con dovrebbe e non do-vrebbe. Questo mutamento è impercettibile, ma è della massima importanza. Poiché questi do-vrebbe e non dovrebbe esprimono una relazione o affermazione nuova, è necessario che si adduca una ragione di ciò che sembra del tutto inconcepi-bile, cioè del modo in cui questa nuova relazione può essere dedotta dalle altre, che sono totalmen-te diverse da essa»[1]. In realtà, questa ragione non può essere addotta, giacché da proposizioni descrittive possono venir logicamente dedotte unicamente proposizioni descrittive: l'informa-zione non produce imperativi. E, dunque, non si passa dall'essere al dover essere. Questa, in breve, è la legge di Hume, la grande divisione tra asserzioni indicative e asserzioni prescrittive, tra fatti e valori-un principio di fondamentale ri-levanza in ambito etico, prima, e di conseguenza in campo politico. Che esistano, che sia possibile individuare ed enunciare, e poi razionalmente fondare valor eti-ci universalmente validi: è questa, sostanzial-mente, la pretesa centrale della tradizione giu-snaturalistica. Sennonché, se si pone attenzione alle diversità (esistite nel passato ed esistenti og-gi) delle concezioni circa il bene e il male, e se si volge lo sguardo sulla storia delle vicende uma-ne e degli umani conflitti, il non-cognitivista è pronto a ripetere con Pascal che «il furto, l'in-cesto, l'uccisione dei figli o dei padri, tutto ha trovato posto tra le azioni virtuose»; «singolare giustizia, che ha come confine un fiume! Verità di qua dei Pirenei, errore di là» [2]. Con Weber: nel campo dei valori, partendo dalla pura espe-rienza si giunge al politeismo, nel senso che «tra i diversi valori che presiedono all'ordinamento del mondo il contrasto è inconciliabile» ([3], p. 31). E, stando sempre al non-cognitivista, nella realtà della vita si giunge al politeismo dei valori per la fondamentale ragione che dalla prospetti-va logica i valori e le norme etiche sono proposte (di «ideali di vita», di azioni «corrette», di leg-gi «giuste», di istituzioni «valide», ecc.) e non proposizioni indicative. L'etica non de-scrive; es-sa pre-scrive. L'etica non spiega e non prevede; l'etica valuta. Difatti, non esistono spiegazioni etiche. Esistono soltanto spiegazioni scientifiche; e valutazioni etiche. Né si danno previsioni eti-che (o estetiche). L'etica non sa. L'etica non è scienza. L'etica è senza verità [4]. Se, come sostengono i non-cognitivisti, l'esser vero (o falso) è un predicato delle proposizio-ni indicative, se dunque la verità è un attributo della scienza (e di altre proposizioni indicative), questa scienza-tutta la scienza e qualsiasi altra teoria descrittiva, magari metafisica-non può Ithaca: Viaggio nella Scienza X, 2017 • Etica senza verità 109
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