M. Fimiani, "Erotica e retorica. Foucault e la lotta per il riconoscimento", Ombre Corte, Verona 2007

Rossella Bonito Oliva
2008
M. Fimiani, Erotica e retorica. Foucault e la lotta per il riconoscimento, Ombre Corte, Verona 2007. C'è un debito che Foucault contrae fin dagli inizi dei suoi studi e che accompagna le sue analisi filosofiche fino alla fine. «Sfuggire a Hegel presuppone che si valuti esattamente quanto costi staccarsi da lui; presuppone che si sappia sino dove Hegel, insidiosamente forse, si sia accostato a noi; presuppone che si sappia, in ciò che ci permette di pensare contro Hegel, quel che è ancora
more » ... che è ancora hegeliano; e di misurare in cosa il nostro ricorso contro di lui sia ancora, forse, un'astuzia ch'egli ci oppone e al termine della quale ci attende, immobile e altrove» (pp. 11-12). Con questa indicazione ripresa dalla Fimiani da L'ordine del discorso l'intera produzione foucaultiana acquista uno spessore specifico, che lungi da farne ancora un lettore di Hegel, fornisce nuova luce a tutta la complessità della riflessione foucaultiana sulla soggettività. Il titolo del volume Erotica e retorica. Foucault e la lotta per il riconoscimento d'altra parte dichiara immediatamente lo sfondo da cui l'autrice legge l'ermeneutica della soggettività, nel suo costituirsi attraverso un riattraversamento della tradizione nell'ottica antropologica: opera aperta nello spazio liminare dell'umano tra singolarità e comunità, tra individualità e universalità, tra differenza e pluralità. Se eros, infatti, rinvia al legame come dischiusura del singolo all'altro, la retorica mette in gioco l'intreccio complesso tra rappresentazione, comunicazione e riconoscimento nel governo della polis come spazio di tutti e di ciascuno. Questa la cornice del libro, la cui domanda fondamentale è enunciata fin dall'inizio. «È attivo, oggi, il rischio che questo scenario consegni la differenziazione all'apertura dell'indifferenza e dell'equivalenza, dove il legame tra l'uno e i molti, tra il comune e il disperso, rafforza il disciplinamento sistemico o la reattività neo-tribale, la forza del sistema o la forza confusiva, e riproduce, nella sparizione dei molti, una dimensione obbligante» (p. 9). Nella forbice in cui sono in gioco tanto le stratificazioni semantiche della soggettività, quanto i vettori di potere, si collocano i confini dell'altrimenti della soggettività, come la legittimità di un'etica: governo dell'essere in comune che non sacrifica l'altrimenti -senza il quale non si darebbe né libertà, né etica -e tanto meno la condizione interpersonale della libertà umana. Foucault rintraccia le radici di un progressivo sprofondamento dell'umano nel Politico di Platone, in cui si dà ragione miticamente del passaggio dalla nozione ebraico-cristiana del re-pastore all'arte del politico della tradizione occidentale. «In Foucault la ripresa del Politico apre il gioco della relazione polare su un doppio asse, quello della distinzione tra il pastore e il politico e quello, interno al potere della cura e alle forme della soggettivazione, dell'opposizione tra processi di assoggettamento e processi di liberazione» (p. 22). Questa frattura è segnata nel passaggio dal regno di Crono a quello di Zeus, in cui non si racconta del venir meno dell'abbondanza nella fatica, ma della rottura dell'asse tra trascendenza e immanenza, tra uomini e dei, tra terra e uomini. «In verità, proprio il racconto delle due fasi cosmiche esprime, si diceva, una tensione polare più che un'opposizione irrisolubile: il dinamismo del legame tra i mondi, che Platone sembra suggerire col mito, ci avverte del fantasma della catastrofe, aiuta a capire, cioè, il rischio di una frattura insanabile tra il pastore e il politico, come tra il processo di singolarizzazione e quello dell'ordine civile, tra la fluenza dell'essere differenziato e il quadro solido delle regole della città, tra gli eventi e il sistema» (p. 25). In questo orizzonte la lacerazione non interrompe il movimento di tensione come apertura dell'uomo al mondo e agli altri preso in carica dal pastore, né il lavoro di tessitura tra uno e i molti assunto dal politico, nei quali piuttosto permane la richiesta di orientamento della complessità esistenziale. Dimostrazione ne è la declinazione che nel corso del tempo assume da un lato la cura del sé e dall'altro la cura del comune. Entrambe le figure -il pastore e il politico -nel corso della storia dell'Occidente mutano i loro statuti, producendo progressivi slittamenti di soggettivazione/assoggettamento dell'individuo nel suo originario essere-nel-mondo-con-altri. In questo punto il discorso di Foucault tocca il suo nucleo: la vita, nel cui spazio e nel cui intervallo si delineano i confini dell'umano nel suo essere relazione, in tutte le diramazioni che essa assume e nelle configurazioni della struttura bifronte di individualità e di pluralità. È qui che il discorso di Foucault non può più evitare un confronto con chi ha posto come sfida del suo itinerario il pensare la vita, fino a spingersi al limite del pensabile: la vita come unione
doi:10.13134/2531-8624/4-2008/34 fatcat:jk23eymdwjdmxeydeuafebgf6e