Per alcuni esempi di queste nuove prospettive cfr

Cfr, M Durkheim, Mauss, Mauss M, Mauss E, Durkheim, J Viveiros De Castro T, Csordas C, K Hann, Hart M, S Armiero, R Barca A (+3 others)
1903 Cfr. P. BARDHAN, I. RAY   unpublished
A Al lm ma a M Ma at te er r S St tu ud di io or ru um m --U Un ni iv ve er rs si it tà à d di i B Bo ol lo og gn na a DOTTORATO DI RICERCA IN Science, Cognition, and Technology Ciclo XXIX Settore Concorsuale di afferenza: 11/A5 -Scienze Demoetnoantropologiche Settore Scientifico disciplinare: M-DEA/01 -Discipline Demoetnoantropologiche Antropologia dei commons. Ambiente, storia e memoria nelle partecipanze agrarie emiliane. Esame finale anno 2017 2 3 Indice Capitolo 1 -L'antropologia e i
more » ... ropologia e i commons .................................................................. 7 1.1 -L'ambiente nell'antropologia ....................................................................... 7 1.2 -Risorse e istituzioni ................................................................................... 9 1.3 -La tragedia dei beni comuni ....................................................................... 11 1.4 -Cosa sono i commons? ............................................................................. 15 1.5 -I commons nel lungo periodo: quando antropologia e storia si incontrano .................. 17 1.6 -Struttura della tesi ................................................................................... 24 Capitolo 2 -Le partecipanze agrarie ..................................................................... 27 2.1 -Un fenomeno emiliano .............................................................................. 27 2.2 -L'idolo delle origini ................................................................................. 28 2.3 -Le fonti e i limiti di una ricerca .................................................................... 34 2.4 -Tracciare i confini: le partecipanze orientali ..................................................... 37 2.5 -La gestione delle terre comuni ..................................................................... 47 Capitolo 3 -Le partecipanze tra privatizzazione e crescita demografica: come cambia un'istituzione ................................................................................................... 57 3.1 -Il "lungo Ottocento": la crisi dei commons ...................................................... 57 3.2 -I nemici dei commons ............................................................................... 59 3.3 -Pressione demografica e crescita economica ..................................................... 62 3.4 -Le partecipanze e la crisi del XIX secolo ......................................................... 65 3.5 -Aspetti demografici nelle campagne bolognesi tra XVIII e XIX secolo ..................... 74 3.6 -Controllare la popolazione: la "chiusura dei ruoli" dei partecipanti .......................... 81 4 Capitolo 4 -Beni e risorse? L'ambiente delle partecipanze .......................................... 89 4.1 -"Non è opera della natura; è opera delle nostre mani" ........................................... 89 4.2 -Paesaggio rappresentato e paesaggio reale ....................................................... 92 4.3 -Un paesaggio "buono da pensare" ................................................................. 96 4.4 -La pianura emiliana nei dipinti e nei racconti di viaggio ..................................... 107 4.5 -Ambienti e percezioni in divenire ................................................................ 110 Capitolo 5 -La resilienza dei commons ................................................................ 115 5.1 -Crisi e memoria ..................................................................................... 115 5.2 -La fine dei commons ............................................................................... 123 5.3 -Resilienza tra tecnologie e istituzioni ............................................................ 127 5.4 -Paesaggi reinventati ................................................................................ 131 Conclusione -L'antropologia sotto casa ............................................................... 139 6.1 -L'antropologia ritorna dai Tropici ............................................................... 139 6.2 -Avvicinandosi al campo ........................................................................... 143 6.3 -Interdisciplinarietà e posizionamento ............................................................ 146 6.4 -Verso un'antropologia pubblica .................................................................. 152 Archivi consultati ............................................................................................ 159 Bibliografia ................................................................................................... 161 Ringraziamenti .............................................................................................. 177 5 «Per te, piccolo giardiniere ed amante degli alberi», disse rivolgendosi a Sam, «non ho che un piccolo dono». Gli mise in mano una scatoletta di semplice legno grigio, del tutto disadorna, con un'unica runa d'argento sul coperchio. «Codesta è la G di Galadriel», disse la Dama; «ma può anche essere l'iniziale di giardino nella tua lingua. La scatola contiene terra del mio frutteto, ed ogni benedizione che Galadriel ha ancora in potere di impartire. Non ti aiuterà a percorrere con costanza la giusta via, né ti difenderà contro le insidie; ma se tu la conservi, ed un giorno ritorni infine alla tua casa, allora forse sarai ricompensato. Anche se trovassi tutto spoglio e abbandonato, quando avrai sparso in terra il contenuto della scatola, pochi giardini fioriranno come il tuo nella Terra di Mezzo.» (J.R.R. Tolkien, Il Signore degli Anelli) «Sentivo la mia terra vibrare di suoni, era il mio cuore. E allora perché coltivarla ancora, come pensarla migliore?» (Fabrizio De Andrè, Il suonatore Jones) 6 7 Capitolo 1 L'antropologia e i commons. -L'ambiente nell'antropologia. Negli ultimi anni il rapporto tra ambiente e comunità umane è diventato un tema sempre più rilevante nelle scienze sociali, e l'antropologia non fa eccezione. A dire il vero, è stato presente nelle riflessioni degli antropologi fin dagli albori della disciplina, al punto che potremmo considerare la storia di questo rapporto come costitutiva dell'antropologia stessa, da sempre impegnata nello studio della relazione tra natura e cultura. Nonostante ciò, l'ambiente è rimasto a lungo lo sfondo neutro, muto e non problematizzato dell'analisi culturale e sociale. L'antropologia -accantonata la stagione positivista degli "antropologi da tavolino"a partire da Boas e Malinowski si è configurata come una scienza sociale a vocazione fortemente empirica, fondando le proprie teorie sulla ricerca di campo, sul metodo etnografico e sulla cosiddetta osservazione partecipante. Nelle etnografie c'era spazio per l'ambiente inteso come mero contesto fisico, che certamente può influenzare la vita sociale, ma dalla quale era da considerare di fatto separato e distinto. Questa visione appariva in modo evidente soprattutto nelle impostazioni forti della scuola statunitense di ecologia culturale di Julian Steward e Leslie White, fino agli approcci più recenti del cosiddetto materialismo culturale di Marvin Harris. 1 D'altra parte, quello che interessava maggiormente agli antropologi era il "punto di vista del nativo", responsabile della costruzione dei molteplici modi di percepire e rappresentare lo stesso mondo condiviso. Da questa prospettiva, l'ambiente era inteso non nella sua dimensione fisica, bensì come un particolare meccanismo cognitivo o simbolico per ordinare il mondo. Da qui l'interesse, quasi ossessivo, per le diverse forme di classificazione, le varie etnotassonomie, al fine 1 Cfr. J.H. STEWARD, 1977; L.A. WHITE, 1969; M. HARRIS, 2015. 8 di formare una vera e propria etnoscienza. Esempi classici di questa tendenza sono i saggi di Marcel Mauss sulle tecniche primitive di classificazione, sulle variazioni stagionali delle società eschimesi e sulle tecniche del corpo, o ancora i fondamentali studi sul totemismo da Émile Durkheim a Claude Lévi-Strauss. 2 In Italia le ricerche etnolinguistiche di Giorgio Raimondo Cardona ci hanno lasciato importanti testimonianze di sistemi classificatorioccidentali e nondi piante, animali e oggetti della vita quotidiana. 3 Si può dire che in antropologia mancasse, insomma, una vera e propria riflessione sul concetto stesso di ambiente, che si sovrapponeva e confondeva spesso ad altri termini, come natura, spazio o paesaggio. Questa riflessione critica è iniziata soprattutto a partire dagli anni Ottanta del Novecento, quando si sono diffusi movimenti più ampi di messa in discussione delle categorie, teorie e metodi di ricerca, con il susseguirsi di "svolte" che hanno portato man mano all'adozione di nuovi paradigmi -si pensi, ad esempio, alla "svolta postmodernista" o alla "svolta ontologica". 4 Qualcosa di analogo è avvenuto negli stessi anni nel tentativo di superare e riconcettualizzare la distinzione tra mente e corpo: si è parlato, ad esempio, di corpo senzientemindful bodye di incorporazioneembodiment. 5 Così come è avvenuto per il corpo, gli antropologi hanno iniziato a considerare l'ambiente non più come un mero dato naturale, ma come il risultato di un insieme di interazioni complesse tra umani e non-umani. 6 Sempre più importanza è stata data, inoltre, all'analisi dei sistemi di potere e dei contesti conflittuali in cui i discorsi sull'ambiente spesso si 2 PH. DESCOLA, 2014. 9 inseriscono. L'obiettivo è diventato, per molti antropologi di oggi, quello di capire cosa una società pensa di se stessa attraverso ciò che dice riguardo all'ambiente e come agisce nei suoi confronti. 7 -Risorse e istituzioni. Nel solco di queste nuove prospettive sul rapporto tra uomo e ambiente diventa centrale, anche per gli antropologi, la categoria di risorsa. Con la rivoluzione scientifica e ancor più con quella industriale, assistiamo a un cambiamento radicale nel modo di concepire l'ambiente. 8 La stessa categoria di risorsa perde la sua radice etimologica per acquistare un senso del tutto nuovo: non è più un essere vivente, una natura viva, creativa, capace di rigenerarsire-surgere, appunto; la risorsa diventa tutto ciò che può essere estratto dall'ambiente per mezzo delle tecniche e tecnologie umane e che può essere lavorato, sfruttato e capitalizzato. Questa visione antropocentrica dell'ambiente come deposito di materiali utili all'uomo non fa che perpetuare la dicotomia natura/cultura che le più recenti prospettive di antropologia dell'ambiente vorrebbero superare. 9 Mettere al centro dell'analisi la categoria di risorsa significa analizzare i modi in cui le comunità umane si relazionano all'ambiente: all'interno di uno stesso territorio, infatti, alcuni elementi possono essere concepiti come risorse per alcuni ma non per altri, oppure gli stessi elementi possono essere considerati risorse in un determinato periodo storico e non in un altro. Boschi, pascoli, fiumi, paludi, campi coltivati, litorali: tutte queste "risorse" ambientali possiedono storie e biografie estremamente varie e complesse, vengono caricate di significati simbolici dalle comunità che ne fanno uso ed entrano a far parte delle memorie e identità degli stessi gruppi umani. Come hanno brillantemente mostrato antropologi come Arjun Appadurai e Igor Kopitoff, un 7 Cfr. N. BREDA, in C.P. KOTTAK, 2012. 8 La storica Carolyn Merchant, in particolare, individua nel pensiero baconiano la frattura nel modo di pensare l'ambiente, non più come una natura viva, ma come un insieme di elementi da sezionare e dividere in parti, in modo da essere conosciute e controllate. Cfr. C. MERCHANT, 1988; M. ARMIERO, S. BARCA, 2004: 127-128. 9 Cfr. PH. DESCOLA, 2014. 10 elemento "naturale" può diventare risorsa o merce di scambio, ma può anche abbandonare questo status, diventando scarto, oggetto dotato di un valore affettivo, oggetto sacro e interdetto, ecc. 10 A cadere è la stessa distinzione tra soggetto e oggetto, poiché si inizia a riconoscere agency, ovvero capacità di agire e modificare un ambiente, non solo agli umani, ma anche a tutti quei non-umanianimali, piante, agenti abioticipresenti nello stesso ecosistema. 11 Gli elementi che costituiscono un ambiente, insomma, possiedono storie che non si esauriscono nel loro valore economico, così come la relazione tra uomo, lavoro e ambiente non si esaurisce in semplici calcoli sulla produttività agricola. Basti pensare ai legami tra l'utilizzo dei fertilizzanti chimici e l'inquinamento delle acque e dei suoli, oppure, su un piano differente, a quelli tra le politiche "verdi" statali e coloniali e la progressiva delegittimazione delle forme locali e "tradizionali" di agricoltura e gestione delle risorse: a un aumento della produttività non è detto che segua una condizione di maggiore benessere per le popolazioni locali. 12 Parlare di risorse chiama in essere anche la questione del rapporto tra forme proprietarie, uso e sostenibilità. Gli studi sulle forme proprietarie e sulle istituzioni sorte per regolare il possesso e l'accesso alle risorse ambientali hanno una storia lunghissima. Ne troviamo tracce già nel secondo libro della Politica di Aristotele, nel IV sec. a. C., ma il dibattito si riaccende soprattutto in Età Moderna, con la critica al movimento delle enclosures in Inghilterra fatta da Thomas More nella sua Utopia (1516); con il Leviatano di Thomas Hobbes (1651); con il Secondo trattato sul governo di John Locke (1690), nel quale troviamo una celeberrima giustificazione del diritto di proprietà privata; con il Discorso sull'origine della disuguaglianza di Jean-Jacques Rousseau (1755), in aperta critica con la tesi di Locke; con l'opera di Karl Marx, ovviamente, e di tanti altri autori che a questa si ispirarono, e così via. Una rassegna esaustiva di questo dibattito andrebbe ben oltre i limiti 10 11 di questa trattazione; è sufficiente, per ora, constatare come esso si sia focalizzato su di un tema, quello della common property, che specialmente negli ultimi due secoliovvero nel periodo in cui la maggior parte di forme di proprietà collettiva in Europa andavano scomparendoha acquisito rinnovato vigore. -La tragedia dei beni comuni. La tesi di Locke, che considerava la proprietà privata non solo un diritto naturale e inalienabile ma un vantaggio sia per l'uomo sia per l'ambiente, si diffuse tanto in Inghilterra quanto nel resto d'Europa. Nel 1833 l'economista inglese William Forster Lloyd sosteneva che qualunque commons era destinato a cadere in rovina a causa del suo sfruttamento eccessivo. 13 Quando una risorsa è potenzialmente accessibile a chiunque, sosteneva Forster Lloyd, ogni individuo tende a ricercare per sé la quantità di bene maggiore possibile. Vi è però un limite alla capacità massima che il commons può offrire, oltre il quale inizia il deterioramento ecologicoinfertilità dei terreni, scarsità idrica, impoverimento del suolo, disboscamento, ecc. L'unica soluzione a tale problema, secondo Forster Lloyd, era la privatizzazione delle risorse comuni, dal momento che solo in questo modo si sarebbe potuta restaurare la responsabilità dell'individuo, non più semplice fruitore del bene ma anche interessato in prima persona a impedire uno sfruttamento esagerato. Veniva riproposta la teoria della "mano invisibile" di Adam Smith, secondo la quale le azioni del singolo, coscientemente rivolte a ottenere un interesse individuale, avrebbero ricadute involontarie positive anche sulla collettività. Il dibattito sugli usi civici che ha avuto inizio in Italia poco dopo l'unificazione, che sarà descritto nel quarto e quinto capitolo, non fa che riflettere questa tendenza a considerare la privatizzazione delle risorse collettive, o in alternativa un intervento diretto da parte dello stato, come l'unica soluzione possibile al pericolo di un disastro ambientale. 13 Cfr. W. FORSTER LLOYD, 1833. 14 Cfr. G. HARDIN, 1968. 15 Cfr. R.M. DAWES, 1973. -Cosa sono i commons? Ciò che risulta chiaro in questo dibattito tra entusiasti e detrattori dei commons è l'ambiguità con cui viene utilizzato questo termine. Ci si riferisce, da un lato, a risorse che, a causa delle loro stesse caratteristichepensiamo, ad esempio, a boschi, pascoli, zone paludose o incolte, aree di pesca, ecc.non possono essere facilmente privatizzate e sono quindi sfruttate da una collettività; dall'altro lato, ci si riferisce alle istituzioni umane che regolano queste risorse. La letteratura più recente tende a mantenere distinti questi due aspetti, e per questo oggi si preferisce parlare da un lato di common pool resources (CPR) e dall'altro di institutions for collective action (ICA). 20 L'ambiguità del termine commons è ancora più evidente se lo si guarda da una prospettiva di lungo periodo: come sarà spiegato nei capitoli seguenti, si tratta di un termine che, specialmente a partire dall'Età dei Lumi, si è caricato di valenze politiche molto forti e che ancora oggi sta alla base delle rivendicazioni di gruppi e comunità sull'accesso a determinate aree e risorse. Volendo limitarci al contesto italiano, la situazione pare essere ancor più intricata: studiosi provenienti da discipline e tradizioni diverse hanno usato svariati terminibeni comuni, beni collettivi, beni pubblici, beni demaniali, usi civici, comunanze, domini collettivi, ecc.spesso come sinonimi per riferirsi a questo fenomeno, confermando la difficoltà di individuare con precisione il campo d'indagine. 21 Questa imprecisione è dovuta in gran parte all'estrema eterogeneità delle situazioni concrete che si incontrano: non solo si tratta di risorse e ambienti che possono essere molto diversi tra loro, ma anche le istituzioni e le comunità che li gestiscono possono avere assetti, regolamenti e funzioni differenti. Un ulteriore problema alla definizione del fenomeno dei commons riguarda il fatto che si assiste costantemente alla nascita di nuove forme di gestione collettiva delle risorse. Non si tratta quindi di un fenomeno limitato al passato, ma anche nell'era industriale e post-17 modo da registrarne lo sviluppo e non appiattire l'analisi negando alle comunità locali la capacità di rinnovarsi. Allo stesso tempo, un approccio etico, esterno, che vada aldilà delle definizioni date localmente dai membri dei commons rimane necessario per confrontare tra loro casi diversi, al fine di registrare regolarità e discontinuità. Il fenomeno dei commons, seppure nelle sue tante declinazioni locali, è attestato in moltissime parti del globo ed è quindi necessario trovare categorie che, per quanto sfumate e permeabili, consentano la comparazione. Per questo motivo anche in questa tesi si preferisce usare il termine commons, che è ancora oggi il più utilizzato nella letteratura internazionale e consente, con le dovute precauzioni, di abbracciare e comparare una varietà di fenomeni in costante aumento. -I commons nel lungo periodo: quando antropologia e storia si incontrano. L'interesse per i commons, rinnovato dagli studi di Ostrom e, in Italia, da testi di stampo giuridico -come l'importante volume di Paolo Grossi del 1977, intitolato Un altro modo di possedere -25 fino alla fine del XX secolo si è orientato principalmente in due direzioni. Da un lato, sono aumentate sempre più le ricerche volte a verificare "sul campo", con metodo etnografico, le riflessioni teoriche di autrici come Ostrom, analizzando casi di studio perlopiù contemporanei provenienti da diverse parti del mondo, specialmente dalle aree cosiddette "di interesse antropologico". 26 Dall'altro lato, troviamo numerosi studi sperimentali sia sul campo che in laboratorio, mirati alla formulazione di modelli comportamentali, che si avvalgono anche di simulazioni informatiche. 27 In tutti questi studi la principale variabile oggetto di spiegazione è il livello di performance raggiungibile dai commons: ci si chiede, cioè, se e quanto queste istituzioni 25 P. GROSSI, 1977. 18 sono in grado di gestire e sfruttare le risorse in modo sostenibile, evitando situazioni di free riding. Poca attenzione è stata data, fino ad anni recenti, ai modi in cui i commons si formano e si modificano nel tempo per adattarsi a situazioni ecologiche, economiche, politiche e sociali differenti. 28 Il tema dei commons costringe, in un certo senso, a non limitare l'analisi al presente etnografico. Specialmente quando si ha a che fare con istituzioni che hanno avuto origine secoli addietro, è necessario approfondirne la dimensione diacronica per capire in che modo si sono formate, per quali motivi, quali condizioni ne hanno favorito la creazione, e soprattutto in che modo sono cambiate da un punto di vista strutturale e funzionale nel corso dei secoli. Infine, dal momento che alcuni di questi commons storici sono ancora attivi mentre altri sono scomparsi, una prospettiva di lungo periodo diventa indispensabile per comprendere quali fattori hanno contribuito tanto ai successi quanto agli insuccessi. Un'analisi di questo tipo dovrebbe essere d'aiuto, inoltre, per evitare i due estremialtrettanto ideologiciche vedono i commons come una panacea o, al contrario, come un male da estirpare il prima possibile. Gli studi di carattere storico sui commons non sono, a dire il vero, una novità. La produzione degli ultimi centocinquant'anni, specialmente in Italia, presenta tuttavia una serie di limiti: prima di tutto, si tratta in genere di studi di storia locale, più preoccupati di celebrare queste istituzioni o, al contrario, di attaccarle con pamphlet polemici, ignorando il dibattito scientifico che si andava già formando sull'argomento. Inoltre, queste ricerche si sono concentrate principalmente su due momenti: le origini delle istituzioni collettivespesso ricostruite con una sicurezza oggi impensabile, che ha portato a mitizzarlee il momento finale di estinzioneconcentrandosi quindi sui processi di enclosures e privatizzazione, quando ormai i commons erano in fase di declino. 29 28 T. DE MOOR et al., 2016: 530.
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